di Alagia Scardigli

SIAMO A BALTIMORA, nel 1962, in un mondo passato, ombroso, color verde acido, con vestiti e macchine retrò, ma ancora legato a quel senso di meraviglia di fronte al cinema e alla musica, al ballo e alle torte. The Shape of Water è il nuovo film di Guillermo del Toro che strizza l’occhio ai fan di Lovecraft, E.T. e a quelli del Favoloso mondo di Amelie. Elisa Esposito, interpretata da Sally Hawkins, è la Principessa senza voce, una donna delle pulizie, orfana e muta (il suo mutismo non sembra essere solo una condizione fisica, ma anche psicologica, come rinuncia alla vita vera, protesta contro la meccanicità della vita ridotta a mero lavoro, esattamente come Serafino Gubbio operatore), che riuscirà, unica, a stabilire un contatto con l’uomo anfibio – Doug Jones –, una creatura metà umana e metà animale, un dio simile a Chtuluh o Nyarlathotep, per intendersi tra lettori lovecraftiani, ma senza alcuna caratteristica realmente paurosa. L’uomo anfibio è infatti un essere buono al 100%, semmai ancora selvaggio, ma dotato di gentilezza e poteri magici, sensibilità e intelligenza, tenuto nascosto e maltrattato in un laboratorio governativo, che lo vuole utilizzare come strumento competitivo per la corsa allo spazio contro la nemica Russia.