
CONTINUA piacevolmente a stupire, Luca Marinelli. Anche stavolta, infatti, così come è già successo con le pellicole precedenti, la trama del relativamente giovane regista casertano Pietro Marcello, fino a Martin Eden specializzato e premiato in cortometraggi, sembra cucirglisi addosso, in modo mimetico, fasciandolo dall’inizio alla fine, ma senza soffocarlo, esaltandone la versatilità, borgatara, coatta, che grazie alla propria abnegazione al sacrificio e animato da una voglia londoniana di affrancarsi dall'anonimato selvaggio riesce a farlo traslocare da Tor Bella Monaca (dove abitava) in piazza Giuochi Delfici (dove è andatpo a stare). La Napoli alla soglia del conflitto mondiale, no, scusate, nel pieno del boom economico, ma no, ai primi anni del ‘900, una Napoli senza tempo, in verità, lunga oltre mezzo secolo, indecifrabile e decontestualizzata, dove vengono traslate le immagini statunitensi originarie del romanzo molto autobiografico di Jack London, somiglia, maledettamente, alla periferia romana di Pier Paolo Pasolini, al quale, il regista, si genuflette con ammirevole discrezione, impreziosita da un dignitosissimo contributo alla pittura e alla musica.