di Olimpia Capitano

SEMBRA DI SENTIRE l’odore acre di quei vicoli che affacciano sul caotico scantinato dove vive la famiglia Kim. Un groviglio di corridoi intricati e mobilia accatastata, tra cui farsi spazio e inerpicarsi fino all’angolino in alto a sinistra sopra un cesso malandato per allacciarsi al wi-fi di qualche altro disgraziato, un po’ più ingenuo, del quartiere. È uno spazio fuori dal mondo contemporaneo e postmoderno, che lo insegue rimanendo sempre indietro, sovrastato da un’intera città che sembra soverchiare quel seminterrato: un catasto di avanzi e sopravvivenza che sta ai piedi del mondo e cerca di non essere schiacciato. Così la vita scorre, tra un cartone di pizza da ripiegare e l’altro, come automi per raccapezzare uno stipendio di cui a malapena campare, e di fronte allo sciogliersi di scene quotidiane che sporcano momenti di raccattata serenità conviviale con il piscio di ubriachi disperati in mezzo a cumuli di spazzatura che premono contro le finestre del seminterrato. Parasite è una black comedy scritta e diretta dal regista sud coreano Bong Joon-Ho, che quest’anno ha vinto moltissimi premi, dall’Oscar per il miglior film, alla Palma d’oro a Cannes, al David di Donatello per il miglior film straniero e molti altri ancora. Il film esplora indubbiamente alcuni aspetti della cultura sud coreana, passando dai registri iper formali per rivolgersi a coloro che appartengono a classi più agiate, sino all’uso ossessivo dei defumigatori e degli umidificatori, a causa della paranoia psicotica locale, in parte giustificata, riguardo a polveri sottili e pessima qualità dell’aria.