di Chiara Buratti

ASTI. L’ansia da attrice teatrale non so se l’avete mai provata. È una voce. Una vocina gracchiante che ti soffoca l’orecchio. Ti parla in continuazione, ti fa nascere almeno sette o otto dubbi in contemporanea, ti ripete che in fondo gli altri attori sono più bravi di te, più felici di te, mangiano più sano di te, ricordano tutte le battute a memoria, fanno meglio l’amore e hanno molti più contatti di te, perché in qualsiasi ambiente di lavoro ti trovi, sono i contatti che contano. Nel frattempo questa vocina si diverte a rallentarti la digestione, accelerare i battiti del cuore e farti uscire sulle guance pustole infiammate la mattina in cui credi di avere il provino della vita (che poi capita almeno due/tre volte al mese). L’ansia da attrice teatrale ti prende sia quando non hai lavoro, che quando ne hai troppo. La odi, ma non riesci a farne a meno perché sei talmente abituata alla sua compagnia, che ti sentiresti spogliata, defraudata di una parte di te, se scomparisse. Ebbene sì. Io sono un’attrice ansiosa. Non sono una persona ansiosa. Divento ansiosa solo quando si tratta del mio lavoro. Perché è una scommessa giornaliera, un gioco bellissimo dove spesso non vinci, un mondo dove l’arte e la poesia camminano in parallelo a mille dinamiche diverse e poco artistiche.