di Rossana Lo Moro

ROMA. Raccontare i pensieri di questo periodo fa correre il rischio di tirar fuori prevalentemente ansia e preoccupazione per quello che sta succedendo e che potrebbe succedere, ma in questo spazio voglio raccontare il mio bicchiere mezzo pieno. Ebbene, rimanere forzatamente a casa, all'inizio, mi ha fatto piacere; avrei finalmente potuto dedicarmi a tutte quelle attività, casalinghe e non, per le quali non ho mai tempo. Ma poi, pensando che ne avrei avuto molto a disposizione, ho iniziato a rimandare e ogni giorno è diventato più lento. Hanno trovato sempre più spazio e tempo la meditazione, la riflessione e anche la preghiera. Una riflessione, magari un po' scontata, è che siamo stati privati di vivere liberamente un lasso di tempo della nostra vita che ovviamente non ritornerà e la cosa mi dava molto fastidio, soprattutto pensando ai miei figli, adolescenti pieni di impegni, interessi e amicizie da vivere. Poi ho rivisto nella loro nuova quotidianità l'adolescenza mia e dei miei coetanei, quando la parola d'ordine era prima il dovere e poi il piacere, quando l'impegno principe assoluto era lo studio, quando i passatempi erano la lettura o stare con i fratelli e le sorelle a inventare svaghi, quando uscire con gli amici era un evento straordinario che si verificava soltanto dopo aver espletato tutti gli obblighi di studio e casalinghi e soltanto se i genitori davano il consenso.