di Elena Bernardini

CHE LE FIABE siano crudeli è un dato scontato. Le raccontiamo (raccontavamo…) ai bambini, magari prima di dormire, ma non viene nemmeno da pensare a ciò che viene narrato, evidentemente. Forse perché il fiabesco (topos magico dove qualsiasi cosa può accadere) aiuta l’iniziazione alla vita adulta edulcorando, con la vittoria dell’eroe, le grane dell’esistenza. Quando poi si parla di fiabe popolari la crudeltà è ancora più pressante. Un gruppo di amici (nel tempo presente, nelle campagne della Tuscia), a fine battuta di caccia, si ritrovano in trattoria e, durante il pasto, iniziano a ricordare una vicenda tramandata oralmente avvenuta nell’800. Non se ne conosce la vera verità, perché, come sottolinea uno dei commensali, una storia di dieci parole viene poi raccontata con quindici, poi cinquanta, poi cento, e alla fine non si distingue più il fatto in sé da quello frutto della fantasia. Si racconta di Luciano (Gabriele Silli), ubriacone e matto (rientra in paese, guarito, dice lui) dopo un soggiorno curativo a Roma. Figlio del medico del luogo, ha come occupazione quella di dare una mano a un pastore, Severino, costretto a far pascolare le sue pecore in terreni poco favorevoli perché il principe della zona (ma forse i suoi scagnozzi, il principe sembra molto poco interessato alla vita comune) gli impedisce di praticare le sue proprietà.