L’unica cosa che ci accomuna sono i lacrimogeni fumanti presi con precauzione tra le mani munite di guanti e rilanciati alle forze dell’ordine. Lo abbiamo fatto in stagioni diverse, probabilmente, ma dalla stessa parte della barricata e il gesto, i rischi e la disillusione sono gli stessi. Sono sempre stato un irrequieto, un chiacchierone, un caciarone; sono cresciuto a Roma: mio padre non è dovuto partire per gli Stati Uniti per inseguire e realizzare un sogno; mia madre lo ha aspettato e visto arrivare tutti i giorni, a pranzo e mia sorella non è stata facile, men che mai fortunata. E poi, il nome della ragazzina che mi ha battezzato al desiderio, all’amore, quella del primo bacio, seppur di puro avesse ben poco e mani men che mai vellutate, non l’ho e non potrei mai dimenticarlo. Ma I pesci non chiudono gli occhi (Feltrinelli) è uno di quei libri che ti restano appiccicati sulla pelle e nonostante con Erri De Luca, l’autore, i punti di contatto si fermino alla soglia del minimo sindacale, ho avuto la sensazione, netta, di esserne il protagonista.