di Gabriele Masiero

PISA. All’inizio, per chi come me fa il cronista da tutta la vita, l’epidemia era soltanto un’altra storia di cronaca. Magari non uguale alle altre, ma scuramente simile a tante altre emergenze di cui è capitato di scrivere. Tanto più se, come me, lavori per l’ANSA, un’agenzia di stampa che non si ferma mai, 24 ore su 24 per 365 giorni l’anno ed è considerata una delle fonti primaria di informazione anche per tanti altri colleghi. Ma il lockdown, le misure restrittive, questa specie di coprifuoco sanitario no, questo non lo avevamo mai raccontato. Noi che la guerra l’abbiamo studiata a scuola e il dopoguerra (e le sue macerie) l’abbiamo conosciuto attraverso gli occhi e i racconti dei nostri nonni, siamo stati catapultati in un ruolo sconosciuto. Con in tasca (oltre a penna e taccuino), l’autocertificazione che autorizza il servizio di cronaca ovunque e comunque. Pisa, dove lavoro, e la sua provincia, non sono le zone rosse di Lombardia e Veneto. Eppure in un attimo questa città, abituata a brulicare di turisti e studenti fuori sede, si è spenta. Svuotata. Il chiasso che animava le notti di movida (e malamovida) è svanito. Il silenzio spettrale di piazza dei Miracoli, una delle meraviglie di questo pianeta, è una sensazione che si fa fatica ad accettare.