di Mario Menicagli

LIVORNO. È piombato su di noi, forse non proprio inaspettatamente, ma con un impatto imprevedibile anche per i più accaniti pessimisti, questo periodo della nostra vita che ci ha costretto a cambiare rotta, che ci priva di gran parte del calore umano, della luce del sole, delle nostre attività fondamentali, ludiche o professionali ma che, come ogni situazione anomala, può darci spunti di grande riflessione. Da più di quaranta giorni vivo, come molti, in perfetta solitudine nella mia casa nel pieno centro cittadino facendo i conti con una quotidianità fino ad adesso per me ignota; serate in casa (da due anni e mezzo non ce ne passavo una che fosse una), totale assenza della linfa vitale degli eventi calcistici, impossibilità di vedere amici, parenti e conseguente impossibilità di svolgere gran parte della mia professione. Ad essere sincero, non ho mai dedicato un minuto di questo periodo a imprecare sulle personali conseguenze economiche, professionali e sociali che la situazione mi ha portato e nella quale probabilmente mi trascinerà. Troppo forti le immagini e le dolorose notizie che giungono per dedicare il mio pensiero al mio limitato e piccolo orticello. E neanche un minuto ho dedicato a seguire teorie complottiste o anticomplottiste di affermati o sedicenti virologi o economisti.