di Sura Bizzarri

NEL REPARTO di medicina dell’ospedale c’era una calma idilliaca. La luce filtrava dalle grosse vetrate come un miracolo, un miracolo di vita, ogni giorno. Gli infermieri non avevano fretta di spostare i degenti, li voltavano con calma, assecondavano pazientemente i loro movimenti stanchi, antichi. Su tutto regnava quella luce onnipotente, la luce che varcava i secoli, che trapassava le tende leggere senza irritare quelle fessure sottili tra le pieghe della pelle che erano gli occhi dei pazienti. Nel reparto, fra lenzuola, asciugamani, detergenti, traverse, vecchi occhiali, dentiere e bastoni viveva un angelo, ignorato da chiunque, libero come la luce del sole. Era un angelo buono, un angelo giovane, ancora sincero, puro, oscuro alle gelosie, alle cattiverie, al rancore, alle bruttezze della vita. L’angelo non poteva fare a meno di vedere in ognuno di quei volti sdentati, ossuti, di quelle teste canute, di quei corpi consunti e provati un bimbo cresciuto. Innegabilmente ognuno di quei corpi consumati dalla vita doveva esser stato un bimbo e l’angelo sentiva di doverli proteggere, così come avrebbe fatto la loro madre, se solo fosse stata vicina. Ogni sera, dopo che tutti erano andati a letto, l’angelo passava camera per camera a soffiare la vita dentro le bocche semiaperte dei pazienti quasi addormentati.