di Sura Bizzarri

I TRAMONTI non sono mai tutti uguali. Talvolta si somigliano fin quasi a sovrapporsi, ma in ognuno di essi c’è una tonalità, una diversa composizione del muro di nuvole, qualcosa che scivola come un refolo di vento a spezzare il confine labile fra mare e cielo. Per l’occhio vigile, l’occhio dell’uomo, quello che ogni sera passa a dare il cibo ai pesci, ogni minimo dettaglio è un’informazione, un segnale che allerta la sua attenzione. Il colore dell’acqua, la densità stessa dei pesci, la direzione del vento che annuncia bonaccia o maestrale, l’increspatura dell’acqua o il tenore dello sciabordio lungo la paratia. Ogni mattina, all’alba, l’uomo infila gli stivaloni e ripulisce le vasche, pastura i pesci e misura tutti quei parametri che fanno sì che l’allevamento viva, si alimenti e cresca in salute. E ogni sera, al tramonto, è necessario controllare di nuovo lo stato delle cose e nutrire con farine industriali le bocche aperte come in cerca d’aria di quei pesci abituati soltanto a mangiare. Spazio per muoversi ne hanno poco, del mare lì nelle vasche c’è solo l’acqua. Non esistono i fondali, la profondità, il rumore del vuoto. Non esiste la libertà. Quei pesci sono tanti piccoli meccanismi industriali che si muovono in sincrono e condividono uno spazio sufficiente solo per mangiare. Le regole della vita hanno abdicato in favore di quelle della produzione.