di Sura Bizzarri
SI ENTRA in una famiglia semplicemente venendo al mondo, casualmente. E lì si cresce imbevendosi inconsapevolmente del suo dna, della sua vita propria, delle sue abitudini, dei suoi personaggi. Mica ci si chiedono perché. Quella in cui cresciamo è la normalità, lo stato acquisito, è tutto ciò che conosciamo della vita, è tutto ciò che esiste per la mente vergine di un bimbo. Le regole della casa diventano le nostre regole. Il modo di disporre gli oggetti, l’armadietto delle medicine, il posto delle stoviglie nella credenza, le piantine grasse sopra il frigo e la chiave nell’incavo fra il conchino e il pozzetto dell’acqua. L’orologio nel primo cassetto e le candele per quando va via la luce nell’interstizio fra il contatore e la mensola. La frutta sul centro tavola e le mollette per i panni appese al davanzale. Giovannino conosce bene queste abitudini, ha esercitato spesso la sua fantasia nel rivoluzionare la disposizione degli oggetti, ma non una di esse la mamma ha evitato di correggerlo e la nonna ha sempre rincarato la dose. Giovannino ricorda, da quando esistono i suoi ricordi, di aver visto la zia Nora, la signora col velo, nell’angolo estremo della cucina, seduta sulla vecchia sedia di vimini con lo sguardo fisso sul pavimento. Quello che per altri può sembrare un comportamento bizzarro per lui è la normalità. Va da sé che qualche volta abbia inciampato nella sua lunga gonna scura e che nei suoi innumerevoli nascondigli si sia avventurato fra le sue gambe ferme, proprio sotto la cappa pesante di stoffe austere.