di Raffaele Ferro

POGGIO A CAIANO (PO). Se avessi studiato musica, invece di latino e greco, sarebbe stato meglio. Invecchiato, ingrassato, al limite del riconoscibile, per chi se lo ricorda quando esplose, trentacinque anni fa, Sergio Caputo, con il suo Swing-Punk-Humor, serio, rigorosamente serio, fa ancora effetto. In un venerdì qualunque, a Poggio a Caiano (trentanovesima edizione del Festival delle Colline), la Villa Medicea, stupenda cornice e la… No, ricomincio perché… Il concerto, a giudicare dal palco, un trio, parrebbe fosse rock però… Ma… No. Perché… stasera non è serata da palati fini. Ma Caputo contagia, ci ha contagiato. Pensiamo, dalle prime note. Ha lasciato lo smalto di una voce impeccabile, certo. Vagheggia fra un brano e l’altro, o ci prende, si prende in giro? Meglio se avessi studiato musica invece di Latino e Greco, almeno mi sarei ricordato più facilmente i pezzi. Ancora una volta un tuffo nel passato, con il rimbalzo, il rebound sensoriale di secoli, anni-luce passati da quando Caputo faceva ballare, cantare e sognare alla radio, paradisi lontani, favole pop-surreali, indimenticabili canzoni di autore. Da Roma al mondo, nel vortice felliniano di una vita di musica.