EMPOLI (FI). Si capisce. Si supercapisce. Di questo Fulminacci (Filippo il nome di battesimo; il cognome è ancora avvolto nel mistero), se ne sentirà parlare. Presto. E inevitabilmente. Sì, perché è un predestinato, con quella faccia qualsiasi, con la barba da adolescente che non vuole crescere, senza orecchini, né piercing, con lo sguardo furbo, scaltro, ma che non incute alcuna preoccupazione, quella musica qualsiasi e quei testi lungi dal voler essere rivoluzionari, terribilmente logici, ritmati e rimati come chiunque vorrebbe e farebbe, che esaltano la vita reale, quella del mondo di mezzo, dove ci sono quelli, la stragrande maggioranza, dei quali nessuno parla mai, perché non c’è nulla da dire. Con almeno un’eccezione: Fulminacci. La sua voce, anche nel più intimo del diaframma, ricorda maledettamente quella di Daniele Silvestri, così come i testi, che richiamano alla memoria un altro illustre rappresentante della musica d’autore pop italiana, Lorenzo Cherubini. È esploso al concertone del 1° maggio, ‘sto regazzino, a Roma, città che l’ha buttato nella mischia, dopo averlo partorito, poco più di venti anni fa e nonostante in quel calderone ci vengano messi a cuocere un sacco di improvvisati, Fulminacci, er pischello de periferia, ma di una periferia deontologicamente identificabile e non drammatica e borderline, ha subito messo in chiaro le cose: io, ci sono, ma solo se mi fate fare come mi pare, perché di fare quello che volete voi e il vostro pubblico, non ne ho voglia.