di Tullio De Piscopo

NAPOLI. Era domenica. Guardavo il calendario.
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Qui gatta ci cova… Una sensazione tenue e inesorabile si insinuava da qualche tempo fra le pieghe delle mie giornate e della mia routine, fatta di studio, esibizioni e lezioni a scuola. A breve avrei festeggiato il mio compleanno, assieme ai miei amici, ai miei nipotini e alla mia famiglia. Qualcosa non andava in quei numeri e nel mondo. In Cina si ammalavano; come si chiama la città? Wuhan? In Italia c'erano persone ricoverate all'Ospedale Spallanzani di Roma, al Nord si parlava di focolaio e si andava a caccia di un fantomatico Paziente zero. E poi, come in un disegno a tinte forti, il dispiegarsi del lockdown su tutto il territorio italiano, la reclusione in casa propria, la separazione sociale. Qualcosa di nuovo, mai sperimentato dalle nostre generazioni, prima sottovalutato, poi acquisito in tutta la sua imponenza. Scelto dalle popolazioni mondiali per combattere il virus, per arginare il numero dei morti, per limitare il contagio.
Sabato 14 marzo.
Paura