
PISTOIA. Scegliere di chiudere una serata in onore di Pino Daniele interpretando Chill’è ‘nu buone guaglione è, contemporaneamente, un atto di assoluta devozione all’indimenticabile artista napoletano, di coraggio, perché con A me me piace ‘o blues ci si sarebbe congedati nella migliore e più entusiasmante maniera e, ultimo, ma non ultimo, un’ulteriore attestazione del suo profondo intellettualismo poetico. Vale la pena ricordare, infatti, che quel brano, un inno di rispetto, amore e tolleranza verso l’universo transgender, fu scritta e inserita dal vate partenopeo nel suo primo album, datato 1977 e raccontare, con tenerezza rockblues, la dura realtà e i sogni omosessuali, 43 anni fa, non era affatto così politicamente corretto e soprattutto digeribile. All’autore, a quell’incommensurabile artista che ha trasformato la tarantella in world music e che ha rappresentato per milioni di appassionati e per tutti i seicordisti un indispensabile punto di riferimento, tanto musicale, quanto poetico e prim’ancora morale, non è mai interessato copiaincollare, ma si è sempre preoccupato di sondare nuovi territori. Lo ha fatto da subito, dagli esordi, imponendo, con la grazia, la leggerezza e la sontuosità che hanno contraddistinto le sue performance, un nuovo stile di vita artistica.