PISTOIA. Non le manca nulla. A iniziare dalla voce. Per non parlare dei centimetri (178, con anfibi) e quella faccia sconsacrata, dissacrante, che non vuol e non ha la minima intenzione di voler ferire nessuno. Beatrice Chiara Funari, Bpuntato nell’era degli pseudonimi che devono bucare la curiosità, è una romana come ce ne sono a migliaia, disperse sotto le gallerie delle metropolitane dell’Urbe, anche se a Valmelaina, zona Talenti, dove è nata, la metro è arrivata dopo. La metro, però, perché tutto il resto, che è quello che conta per diventare una chansonnier dei tempi (incerti) nostri, in quella valle incastonata tra Podere Rosa e il West, c’è sempre stato, e in abbondanza e lei, che per diventare una paladina del malessere giovanile protetto da famiglie che ancora badano ai propri pargoli è addirittura passata dal Conservatorio, ha deciso di cantarlo. Lo fa con dedizione, serietà, abnegazione, ma senza illudersi; se qualche pertugio della stanza dei bottoni del terzo millennio, che nei secoli precedenti si apriva solo mostrando affidabilissimi attestati di competenza, dovesse spalancarsi, lei è pronta a entrare: senza autoreggenti, senza moine, senza promesse e lusinghe.