
ALTOPASCIO (LU). Rendere onore e merito a Mina (una delle interpreti migliori di tutti i tempi, anche e soprattutto di quelli che verranno) equivale a omaggiare tutti gli autori che una delle signore più imponenti della canzone ha deciso di rileggere; a modo suo, unico, inimitabile. Circoscrivere un atto d’amore live nello spazio di un’ora e mezzo vuol dire rinunciare a un magma imprecisato di interpretazioni inquantificabile. Ma Chiara Galeotti, eminenza apuana del diaframma, ha scelto, come struttura ossea, estetica e di portamento impone, più che suggerisce, la prima stagione, quella di Canzonissima e della Bussola, tanto per capire, quella nella quale Mina incantò il mondo. Un fascino così smisurato che le ha consentito, in modo parecchio discutibile, di venire via dalle scene e rinchiudersi (da oltre quarant’anni, senza mai uno strappo alla regola) in sala di registrazione, dove ha vilipeso e glorificato non solo mostri sacri e prestigiatori, ma anche i menù dei ristoranti. Per questa carrellata di Mina inimmaginabilmente chiusa in un eremo dorato elvetico, Chiara Galeotti (che sfoggia su un carnato, tanto cereo quanto possente e nobile, un solo innocentissimo tatuaggio sul polso interno del braccio destro, inezia che le precluderebbe il concorso nelle forze dell’ordine),