
PISTOIA. Scrivono ricordi Bob Dylan; affatto, per fortuna, altrimenti… sai che palle! Con Kristian Matsson invece, che ha scelto uno pseudonimo troppo lungo per entrare nell’immaginario collettivo, The Tallest Man of Heart (fallo più corto, dacce retta), oltre che ascoltare una voce policroma, che spesso e volentieri potrebbe procedere a cappella senza svilire di un atomo, e assistere a divertenti esercizi ginnici, supportati da un uso estremamente confidenziale e disinvolto della musica, ci si diverte parecchio. Peccato che, al di là della nostra crassa ignoranza anglofona, anche chi habla spigliatamente english, con le sue canzoni, sovente non è riuscito a cogliere il nesso poetico. E sì che il quasi quarantenne svedese, che della parola ne fa, sapientemente, un uso profondo, del significato delle denunce dovrebbe averne grande cura. Ma al di là di ogni previsione sul suo futuro, roseo o presto cestinato nel dimenticatoio, resta il fatto che questo ragazzotto, pulito, felice, senza tatuaggi, senza smalto, senza trucchi, con muscoli figli di una moderata frequenza palestrante, risvoltini ad hoc e mocassimi trendy, poco liquido, insomma, anche se fosse profondamente omosessuale, sul palcoscenico si trovi particolarmente bene e ieri sera, antipasto di nicchia per l’edizione 2022 del Festival Blues, alla Fortezza Santa Barbara, in un’ora e mezzo scarsa di esibizione ha confermato, a tutti quelli che non avevan alcun dubbio, a tal proposito, che se si parla di cantautorato d’autore, beh, lui può farne parte, anche con quella dose aggiuntiva, ma indispensabile, nel terzo millennio, di una velata teatralità.