PISTOIA. Era immaginabile – anche se ci abbiamo fatto la bocca fin da ultimo – che dei suoi due autentici capolavori (Sugo e Diesel) non facesse minimamente cenno, né nota, né strofa. Ed è stato giusto così, perché piazza del Duomo, ieri sera, aveva tutt’altro sapore e intimità e poi, perché ad aspettarlo e poi invitarlo sul palco, c’era già un suo vecchio, ma vecchio davvero, amico, Fabio Treves, con il quale ha spartito parecchie emozioni giovanili milanesi negli anni d’oro della musica, della rivolta, dei sogni. E delle illusioni. E mentre, con la voce di Tom Waits, si cimentava a raccontare la sua Anima blues, noi, sotto il palco, snocciolavamo velocemente i suoi poster, quelli con i quali, dopo averli attaccati al muro, siamo cresciuti. Non diventare grande mai, Scimmia e Scuola, forse no, ma Diesel (brano omonimo del suo terzo Lp; 1977: fu il primo a importare in Italia, con la generazione degli Area, la word music) e Non è nel cuore ci sarebbero anche potute stare, via. O almeno Wil coyote, simpaticissimo brano blues. Nulla. Ma siamo felici lo stesso, perché lo abbiamo rivisto, invecchiato, certo, ma con tutta la classe e l’eleganza britannica che lo hanno sempre contraddistinto. Ah, già; non abbiamo ancora detto che si tratta di Eugenio Finardi, musicista prezioso, poeta irriverente e profondissimo e uno dei pochi illustri istigatori (in)volontari per una generazione che è stata lì, a due passi dalla Rivoluzione.