di Fabianna Tozzi

LAVAGNA (GE). Dall’eremo dal quale scrivo, incastonato sulle struggenti colline liguri, sembra che la magnificenza della natura, attraverso i colori e gli odori di una spettacolare primavera, salutino gioiosamente questa nostra stagione, così come il mare calmo e ignaro delle faccende umane. Difficile, da qua, credere che ci possa essere una stagione così tragica e spietata; soltanto i notiziari, il ritorno di mio marito da lavoro, le impressioni scambiate con i vicini, gli amici e i parenti più cari mi riportano alla realtà e alla riflessione. La quarantena giustamente imposta per arginare il propagarsi di questo virus ci dovrebbe suggerire pensieri più profondi, oltre a quelli strettamente materiali; ed è proprio in questo frangente che qualcosa in me è risuonato, come credo in tutte quelle persone che hanno vissuto, o meglio, subìto, una sorta di distanziamento sociale, dato da qualcosa di molto più temibile di un virus. Non esiste vaccino contro il razzismo, contro lo stigma sociale causato dall’eterna sopraffazione di chi si sente sano, superiore, per provenienza, colore della pelle, orientamento sessuale, identità di genere o qualsiasi altra condizione umana.