di Wijdane Boutabaa

CASALGUIDI (PT). La scultura è spesso associata alla resistenza dei materiali, che sopravvivono impavidi allo scivolare del tempo. Il legno però si differenzia dalla fredda pietra per la sua componente viva che traspira anche tramite la sua dura corteccia scura. Proprio questo vigore ha attirato l’attenzione di un giovane Alessandro Gonfiantini (nella foto, di Beatrice Beneforti), che durante uno di quei terribili momenti in cui la vita di un uomo a volte incespica, caratterizzati da un frustrante senso di abbandono, ha scovato nella linfa vitale che scorre nel legno un vettore di sincera e ineguagliabile amicizia. Un giorno, d’un tratto e a tradimento, succede che quello che ha sempre funzionato non funziona più. Alessandro, che fino a quel momento aveva sempre trovato nel far vibrare le corde della sua chitarra tutto ciò di cui aveva bisogno, si rende d’improvviso conto dell’innegabile esistenza di un vuoto in sé, e si adopera per riempirlo con dei volti, da lui stesso fabbricati. Da un punto di vista biologico, il legno viene definito come un tessuto. Non può essere un caso quindi, che Ale abbia usato quella pelle fatta di cellule vegetali, ricolma di venature concentriche, per creare occhi, bocche, barbe e capelli.