
PISTOIA. Non sappiamo se si ispiri a quel romanzo, Margherita Asta; né, che abbia avuto la fortuna di leggerlo. Ma anche lei ha un dovere, proprio come Gabriel Garcìa Marquez: vivere per raccontarla. Sì perché anche a lei, la vita, ha dato un compito: fu solo un caso se la mattina del 2 aprile del 1985 anche lei, allora una bambina di soli dieci anni, non fosse sulla macchina saltata in aria a Pizzolungo, in provincia di Trapani, investita da venti chili di tritolo messi nel bagagliaio di un un’auto in sosta fatta brillare con un telecomando, la stessa elementare ed efficace tecnica usata poi con Falcone prima e Borsellino dopo. L’obbiettivo non erano certo la madre Barbara Rizzo e i suo fratellini gemelli, di sei anni, Salvatore e Giuseppe; per aria sarebbe dovuto saltare il giudice Carlo Palermo, che non ne voleva sapere di farsi i cazzi suoi con la storia della morfina distillata in eroina e messa sul mercato delle tossicodipendenze da quella montagna di merda che si chiamava e si chiama ancora oggi mafia e che non aveva nemmeno imparato la lezione, spiegata due anni prima, sempre da quelle parti, ad un altro impertinente e illuso robin hood, Giangiacomo Ciaccio Montalto.