PISTOIA. Una storia antica, senza sussulti, men che mai grida. Una storia antica ambientata poco distante da dove si consumò, alle soglie del diciassettesimo secolo, in una casa di campagna, sulle rive dell’Ombrone, a due passi, è davvero il caso di dire, di San Michele in Cioncio, dove Massimo Grigò, Annibale Pavone e Maurizio Rippa, con la musica ispiratrice, conduttrice e risolutoria dello strumento d’epoca per eccellenza, il clavicembalo, affidato alle cure di Manuel Gelli, hanno ambientato La ferita della bellezza, portato in scena da Giovanni Guerrieri, a sua volta adattatore del testo di Luca Scarlini. È la storia antica, così poco leggendaria, in prossimità del secolo dei lumi, di Atto e suo fratello Jacinto, l’unico maschio non evirato dal padre Domenico perché deputato alla prosecuzione chimica e nobile della stirpe dei Melani, famiglia consegnata ai posteri degli evirati cantori abili anche a rivestire il ruolo, ambiguo, di spie di corte.