di Antonietta Montagano

NAPOLI. Intere generazioni sono passate davanti all’Ospedale delle Bambole, unico al mondo nel suo genere; si trova a Napoli (e dove, altrimenti?), nella caotica ma caratteristica via San Biagio dei Librai. È difficile immaginare le bambine di oggi (stanche, in genere, dei loro giocattoli subito dopo l’acquisto: ne pretendono subito uno nuovo, che i genitori si affrettano prontamente a comprare), correre, in lacrime, in quell’ospedale con la bambola in braccio e nel cuore la speranza di farla aggiustare. Le bambine non giocano quasi più con le bambole; guardano la televisione.  E poi le bambole di oggi non si rompono più, non si staccano più le teste, non cascano più i loro occhi se si spingono con le dita, non si scollano più i capelli morbidi come seta, non si spezzano più gli elastici che legavano le braccia e le gambe. Non sono costruite più in fragile porcellana, sono fatte quasi tutte di plastica e si gettano via, praticamente nuove, nel gran mare dei consumi e della spazzatura differenziata.