di Samuele Manduca

LO SCRIVIAMO senza retorica oggi, 16 marzo 2018, a quarant’anni esatti dall'agguato di via Mario Fani e dal rapimento dell'allora presidente della Democrazia Cristiana; lo scriviamo perché da quell'attimo la nostra nazione sembra espiare ininterrottamente la colpa di far finta di non vedere ciò che è dinnanzi a noi da quattro decenni: la nostra libertà è una concessione di forze esterne al nostro sistema paese. E allora, in quest'ottica impietosa per noi stessi, forse è giusto, come persone, meritarsi la capitale nullità dei soggetti politici che ci ritroviamo oggi e contrapporle, per penitenza, il valore dell'unica vita politica che c’è rimasta dentro: quella di Aldo Moro. Perché è giusto meritarsela questa lunga espiazione che tanto vorremmo fosse anche una riflessione, lo si capisce già dal momento in cui Moro appena venticinquenne, nel 1941, entra all'università di Bari in qualità di professore di Filosofia del Diritto per la sua prima lezione e pronuncia una frase che è lo stigma di tutto il suo agire politico dall'interno del partito di cui è tra i fondatori e che, purtroppo, è anche la causa morale della sua tragica fine: la persona prima di tutto.