
PISTOIA. È scientificamente inutile nascondersi: la morte, prima o poi, ci troverà. Tutti. Intorno a questo principio si muove, da sempre, l’umore delle genti: chi preferisce non pensarci mai, fino a dimenticarsene, osando, spesso, oltre il lecito e chi, invece, non riuscendo a farsene ineludibile ragione, diventa ostaggio, preziosissimo, di strizzacervelli e montagne di psicofarmaci. Esiste anche una terza via, che è quella meno raccomandabile e più deprecabile, ma che possiamo avere la sfortuna di imboccare senza volerlo minimamente. È quella che si chiama, in parole povere, non le resta moltissimo da vivere, sentenza questa che, abitualmente, pronuncia un medico osservando le analisi o le lastre dell’inerme malcapitato paziente. Anche alla psicologa Francesca Masi, una bella mamma pisana (di Pontedera), qualche anno fa è andata così. Il verdetto – la sua forbice sopravvivenziale oscilla tra i due e i cinque anni -, la sfortunata tumorata, lo ha letto su wikipedia, ma la voglia di non mollare e soprattutto di non mollare il suo piccolo Galileo, l’ha spinta a vedere se in giro ci fosse qualche luminario bravo e gentile capace di farla risorgere prima di morire.