PISTOIA. Vedere all’opera Fabrizio Gifuni è uno spettacolo. In tutti i sensi. È un ballerino meraviglioso, un abile incantatore di serpenti, un severissimo censore di comportamenti non consoni alla civiltà, un indomito sobillatore di masse, seppur ostiche, perché dormienti, a qualsiasi sollecitazione, un impareggiabile traghettatore di speranze da una riva all’altra, anche se peggiore, del fiume che ci passa nel mezzo, un delizioso affabulatore tristemente dotato di una ferrea memoria storica e civile. E poi, un attore straordinario, un inimitabile monologhista, che si esalta e esalta il pubblico, quello capace di intendere e volere, quello che capisce e vuole capire, un’esigua minoranza, quando si cimenta nelle riletture di Pier Paolo Pasolini, il più grande intellettuale, insieme allo statista Aldo Moro, di questo paese. Che sprofonda. In quel baratro abilmente scavato, nel suo letto privilegiato, dal capitalismo e riempito, fino a coprire interamente e perfettamente la fossa, dagli artefici inconsapevoli della macchina consumistica: noi tutti. Flebilmente, tragicomicamente e orgogliosamente aggrappati ai laceri e inutili possedimenti che il meccanismo ci offre sistematicamente per garantirci la sensazione di essere ancora vivi. Ignorando, invece, che, nella migliore delle ipotesi, siamo già cadaveri.