di Barbara Ferrando

NELLE VENE gli scorrono mille rivoli di musica. Ha la pretesa di volerli conoscere tutti. Vista la sua determinazione, l'ostinazione, la classe cristallina che distingue il suo sound e il famelico desiderio di andare oltre, non abbiamo motivo di dubitare che presto giunga a destinazione. Una destinazione non contemplata da alcuna mappa geografica, però. Perché così è la strada del jazz e questa è la strada che ha imboccato, tanti anni fa, Lawrence Clark, con i suoi sassofoni. Come ti sei avvicinato alla musica? Mi ricordo che quando ero bambino sentivo mio padre e mio zio ascoltare un sacco di musica la sera. Anche se non era jazz era comunque buona musica, molto soul e funk. Dall’ascolto di questa musica che era veramente forte ho cominciato a interessarmi al sassofono. A scuola, in quinta, ho assistito a una dimostrazione: so come suonarlo e ne sono rimasto affascinato. Qualche anno più tardi avrei avuto l’opportunità di possederne uno e di iniziare a suonare. Se non fossi diventato un jazzman, cosa saresti stato? Avevo molti interessi, come l’architettura o la scienza, ma nessuna di queste cose è paragonabile al fatto di suonare il sax. La musica è tutto ciò che conosco e sembra essere il mio destino. Non so immaginare cosa sarebbe stato se non fossi diventato un musicista.