SIAMO COSI’ abituati a vedere una televisione anfetaminica, seppur vuota, che quando abbiamo la fortuna di imbatterci in un programma ricchissimo, ma senza filtri di acido lisergico, stentiamo a capire. Certo, la colpa è di coloro i quali ci hanno pressurizzato fino all’esasperazione con il nulla facendoci credere che fosse quello di cui avevamo bisogno; e nostra, che non abbiamo fatto nulla per invertire la rotta: in alcuni casi, sarebbe bastato spegnere la tivvù. Ma giovedì sera, per fortuna, ci siamo messi sul divano e abbiamo aspettato, con trepidazione, Skianto, un'ode alle donne, alle madri, alle sorelle, alle amiche, alle mogli, alle amanti, trasposizione teatrale al tubo catodico, sulle note di Sanremo 1967, dell’omonimo spettacolo (riproposto, recentemente, e recensito al Niccolini di Firenze) di Filippo Timi, del quale siamo ciechi furiosi esaltatori, spesso perdendo l’obiettività, di cui ci fregiamo. Lo preferiamo a teatro, il joker umbro, naturalmente, dove lo abbiamo visto vestire e smettere mille abiti e centinaia di scarpe, spesso tacco dodici, entrare e uscire da una miriade di personaggi portando, in ognuno e puntualmente, dentro il suo, che combatte, ridendo a crepapelle, ogni battaglia, su più fronti. Anche negli studi televisivi le cose non sono cambiate molto, ma lontano dalle telecamere, casomai drogati da qualche spazio pubblicitario.