di Simona Priami

A ISRAELE, nei pressi di Tel Aviv, ci sono tre piani di un elegante, tranquillo e ordinato palazzo; all’interno, però, ci sono tanti personaggi, diversi per età, vissuto e personalità. Tra loro, inoltre, vivono sotterranei contrasti, profondi dolori e irrisolti rancori; soprattutto ci sono tre voci, tre intime confessioni, come se raccontare fosse liberarsi da paure, tormenti, sensi di colpa. L’esterno è ordinato, silenzioso e preciso, all’interno dominano il caos, la tensione e il rumore, come una rappresentazione dell’essere umano, come l’ipocrisia che spesso domina la nostra società. Il numero tre si ripete, il numero simbolico e ricorrente nella nostra tradizione, il numero della famosa triade freudiana: Es, Io e Super-Io, modello strutturale dell’apparato mentale, chiara manifestazione della complessità della psiche. I tre protagonisti, tramandati ai lettori da Eshkol Nevo e il suo Tre piani, raccontano, si sfogano, come fossero nello studio dello psicologo, parlano a chi sta ascoltando, a chi non c’è più, scrivono lettere, si rivolgono sempre e comunque a qualcuno, perché tenendo tutto dentro e stando soli si rischia di impazzire.