
NON POTEVA che chiudersi ad Are, in Svezia, dove si era aperto, il 20 dicembre 2012, il cerchio magico dello sport, quando la divinità Mikaela Shiffrin, non ancora diciassettenne, ottenne, proprio sulle stesse pendici svedesi, il suo primo successo in Coppa del Mondo di sci. In questi dieci anni e pochi mesi di storia invernale, la stratosferica atleta statunitense ha inanellato altri ottantacinque successi (solo in Coppa del Mondo, eh; delle vittorie ai Mondiali, con relative medaglie, non ne parliamo nemmeno) e oggi, sempre in Svezia, ad Are, con la vittoria dello slalom gigante, ha eguagliato un’altra divinità, quella svedese, ironia della sorte, che risponde al nome di Ingemar Stenmark. Su questa rivista ho deciso, sin dall’esordio, di non occuparmi, volontariamente, di sport; ma il record ottenuto oggi da Mikaela Shiffrin va ben oltre il limite sportivo, i numeri, la perseveranza al successo, gli allenamenti, i materiali, le scioline, la condizione atletica, la tecnica professionale (scia con estrema naturalezza, senza mai aggredire pali stretti e larghi, senza mai dare l’impressione di essere in piena trance agonistica, senza mai dare l’impressione di essere, come le succede invece molto frequentemente, la più veloce): è un’altra cosa, che appartiene alle leggende, quelle che si tramandano, a grandi e piccini, di generazione in generazione per l’eternità e che rimarranno tali, sacre e inviolabili, nei secoli dei secoli.