di Saverio Cona

SOLO L'AMARE, solo il conoscere conta, non l'aver amato, non l'aver conosciuto (Pier Paolo Pasolini). Cristina Pezzoli era una grande personalità e una persona buona. La conoscevo sin dagli anni ‘80. Poi, per me, la morte è sempre una sorpresa, anche se solo la morte è certa. Si fa fatica a descriverla con la sola parola: regista; era piuttosto una vorticosa, tenacissima animatrice culturale di una stoffa sopraffina di cui solo i poeti ne sono intessuti. Aveva una propensione inesauribile, quasi stupefacente, per il sottotesto e quando avviava una nuova iniziativa questa diventava una sorta di viaggio: era capace di non degnarsi della realtà e delle sue leggi per andare avanti nel suo viaggio, lasciandosi abbracciare e trascinare dal viaggio stesso per non contrastarne l'evoluzione. Quasi un processo di purificazione. Nell'affrontare gli spettacoli della tradizione teatrale ho sempre notato che il suo punto di partenza era l'assunzione di un tempo ben definito (il passato) in cui le produzioni precedenti che sono andate in scena hanno espresso un evento già avvenuto. Poi iniziava il viaggio nell'irrealtà privo di compromessi, ripetute metafore e l'interpretazione attraverso la vista, l'immaginazione, il sogno, ma soprattutto le sensazioni completamente soggettive che vanno al di là del testo e che probabilmente non si possono descrivere, né catalogare in quanto parte di un mondo intimo che non possiamo studiare, ma di cui possiamo usufruire. Ho visto Cristina capace di rovesciare il proprio astio verso tutto ciò che la disgustava: burocrati; grettezza, luoghi comuni, con la sfrontatezza di un adolescente che non ha paura di dire e di procurare imbarazzo.