
PONTEDERA (PI). Non glielo abbiamo chiesto, per non essere sfrontati e irriverenti, ma abbiamo fatto male: perché questa meravigliosa e poetica novella sull’amore, la solitudine, la follia, la decrescita, la rivoluzione e su tutto quello che prima o poi dovrà per forze di cose essere rivalutato, Michele Santeramo non se l’è ballata da solo, dopo essersela suonata e cantata? Certo, sarebbe durata mezz’ora abbondante in più, la rappresentazione, la prima in un emiciclo teatrale open dopo questa tragica follia virale, in quello dell’Era, per la precisione, a Pontedera; come minimo, oltretutto, perché le pause, le sue pause, alle quali ci siamo morbosamente affezionati e che sono un carattere adorabilmente distintivo, avrebbero ingigantito la tristezza, e il lento e inesorabile trascorrere delle vicissitudini avrebbero trasformato quel povero scemo in un piccolo, grande inconsapevole eroe. Ma non sarebbe dispiaciuto a nessuno se il racconto, preceduto da un intro musicale jazid di rara gradevolezza e che ci hanno assicurato essere solo una coincidenza del server del teatro, si fosse preso anche altri lembi della notte, tra i presenti, tutti debitamente distanziati, appoggiati su comodissimi cuscinetti in attesa che le seggioline con materiale riciclato prendano il largo industriale, anche perché, se il crooner di Salvatore, anziché Arturo Muselli (se avesse studiato a fondo e lo avesse memorizzato, il testo, si sarebbe dovuto concentrare meno sul leggerlo), fosse stato lui stesso, oltre agli applausi, i presenti avrebbero dovuto impegnare le mani anche per asciugarsi il viso, inevitabilmente irrorato da lacrime indispensabili.