di Fabiana Bartuccelli

NAPOLI. Periferia Est. Un campo di vite, aperte su una terra violentata.  La vita si espone comunque, non cede, soprattutto gli steli verdi, la creta viva da plasmare oltre il deserto e i muri della violenza. Dov’è la mappa che conduce all’uscita, dove il bosco del guaritore? Sempre dopo i rovi, forse nelle crepe. Barra non è un luogo. Barra è il prodotto del mondo che ha scelto di perdere il fuoco attorno al quale si nutre e si tramanda la vita. Ma quanti volti ha il fuoco. E quante mani. Un unico indistruttibile riso. E nel petto di questo quartiere si infiamma un ridere, quel moto trasversale che nel moto distruttivo di una storia senza fuoco riaccende un faro, ricrea un territorio, disegna una mappa per surfare il vuoto, si riprende lo spazio e risemina un tempo condiviso. Sono i ragazzi della cooperativa sociale Il tappeto di Iqbal, i messaggeri che tessono un ponte tra una fine e un inizio, gli anticorpi al male che avvelena il latte delle sempre attente e tornanti primavere. Ricominciare è un’attenzione. Sentire che è arrivato il tempo di arrivare. Quel non poterne fare a meno.