di Federico Di Pietro

PISTOIA. Per tutta l’estate ho (abbiamo, sic!) esultato agli insperati e inattesi risultati sportivi che gli atleti e calciatori azzurri hanno conseguito, prima vincendo un Europeo, poi raggiungendo un record storico di medaglie a Tokyo e infine dominando alle paraolimpiadi. Eppure, mancava qualcosa. Le vittorie erano belle, decise, disperate, ma sospettosamente vuote, destinate a consumarsi nel giro di qualche mese e qualche chiacchiera da bar. C’era agonismo, cattiveria, ma mancava qualcosa. Ieri sera, alla Fortezza Santa Barbara ho finalmente capito di cosa avevo bisogno in questo periodo. Volevo un po’ di sacralità. La devozione più ardente a una causa. E quella causa l’ho trovata battagliando e votando durante La coppa del Santo, il nuovo spettacolo de Gli Omini, pluripremiata e popolare compagnia toscana, che Pistoia ormai conosce bene. I santi si sa, non muoiono mai e hanno più vite dei gatti (che sempre troppe sono). Lo spettacolo, in realtà, fa parte di una progenie artistica più ricercata e studiata. La coppa del Santo è la necessaria rivisitazione in tempi di pandemia della pièce L’asta del santo, un mercante in fiera sulla vita dei santi in cui il pubblico si strappava le vesti e si scambiava aneliti batterici per vincere uno dei premi in palio. La coppa del Santo però è altro. È strategia, è devozione vera.