PESCIA (PT). È così difficile provare a ricalcare le orme di due giganti come Paul Newman e Geraldine Page, che forse varrebbe la pena aggiungere qualcosa, onde evitare di finire nell’inesorabile cono dell’impietoso confronto. E invece, per quella discutibilissima legge in voga sulla rilettura dei classici – e La dolce ala della giovinezza lo è, inoppugnabilmente, anche se a teatro non se n’è fatto scempio – a Gabriele Anagni e a Elena Sofia Ricci, il regista, scenografo e costumista Pier Luigi Pizzi ha solo chiesto di fare attenzione al copione. Il resto, la maledizione del fallimento, l’inesorabile caducità della vita, la brevissima durata della giovinezza e tutte le illusioni che si trascina dietro, onnipotenza compresa, sono diventate, da elemento centrale, forza recitativa, corollario. Gabriele Anagni è un gran bel ragazzo, non si discute ed Elena Sofia Ricci, sul viale del tramonto, sembra esserci sempre stata, quasi nata. Ma la scrittura originaria del testo di Tennessee Williams (1952), catapultato a teatro, sette anni dopo, da Elia Kazan e poi, a distanza di due lustri, da Richard Brooks al cinema, contemplava, inesorabilmente, l’inconsolabile dolore del tramonto: della giovinezza, fisica e artistica.