
PRATO. In tanti, tanti anni di teatro, ci siamo imbattuti spesso in calorosi scroscianti applausi tributati a modeste compagnie al termine di modeste, modestissime rappresentazioni. Ieri sera, invece, nonostante la Coppa Ubu che il Metastasio (grazie al fortunato progetto G.L.A.) sfoggia, orgogliosamente, nella vetrina della biglietteria (ci sarà anche stasera, alle 19,30 e domani, per la pomeridiana delle 16,30), il pubblico, senza mezze misure (giovani liceali e abbonati storditi), al cast de I due gemelli veneziani ha prudentemente riservato un immotivato avaro e languido battito di mani. Strano, perché chi ama il teatro e chi avrebbe la presunzione di volerlo fare, spesso solo dietro suggerimenti terapeutici, per uno spettacolo del genere dovrebbe pagare qualcosa in più del normale prezzo del biglietto. D’accordo, Carlo Goldoni e le sue storie sono state, e lo saranno per l’eternità, probabilmente, usate, interpretate e seviziate in ogni salsa, ma questa, riadatta da Angela Demattè e affidata alla cura di Valter Malosti, è, oggettivamente, un’operazione arguta, che si spoglia, fino alla nudità, della scenografia e chiede, agli attori, di riempirla con la smorfia, le parole e il corpo, i vecchi, intramontabili, tre requisiti che dovrebbero possedere tutti coloro ai quali si offre la possibilità di salire su un palcoscenico.