PRATO. Avete presente i quadri di Lucio Fontana? Per qualcuno sono il battesimo dello spazialismo, per molti altri, non solo tra i profani, una tecnica, infingarda, per aggirare le tappe della gavetta e piombare al successo. Con Pippo Delbono siamo sempre assillati dal medesimo dubbio: è un maledetto visionario, che si è cibato di tutto e di tutti, come la peggior pianta saprofita in circolazione, o un adorabile impostore? Anche ieri sera, al termine di Amore, al Metastasio di Prato (fino a domani, domenica 20 febbraio), il busillis, qualora fosse ancora possibile accrescerne le incertezze, si è amplificato. Che conosca – e perfettamente - il teatro, la poesia, la musica, la danza, la fotografia, l’architettura, l’arte in qualsiasi forma espressiva e immaginabile, è un dato di fatto semplicemente inoppugnabile: ogni fermo /immagine, tutte le note, l’uso accecante del cromatismo, il riciclo degli ultimi, l’opzione possibilistica della follia, da Bobo in poi, senza soluzione di continuità, dimostrano, ad un ogni istante di una sua qualsiasi rappresentazione, la totale percezione e padronanza della materia. Da qui a farne un profeta, un acuto lettore esistenziale, un prodigo traduttore emotivo, però, a nostro avviso, soprattutto dopo aver trascorso stagioni indimenticabili in giro per il mondo assoldato come mercenario di apocrifa saggezza, il passo è tutt’altro che breve e per nulla scontato.