FIRENZE. Ride divertita, Concetta, come se non fosse lei la bestia trascinata dal padre che la venderà al mercato in cambio di una capra gravida. Ride divertita, Federica Carruba Toscano, ideatrice di Immacolata Concezione (uno spettacolo Vucciria Teatro prodotto dalla Fondazione Teatro di Napoli - Teatro Bellini), come se quel corpo, nudo, indifeso, disumanizzato, trascinato a forza bestiale da una catena fissatale al collo, seppur desiderato dagli uomini, invidiato dalle altre puttane e schernito, tra indignazione e pietà da tutto il resto, che gira tra gli spettatori del Teatro di Rifredi, a Firenze, dalla parte più alta della platea fino a guadagnare il palcoscenico, non fosse suo, ma appartenesse a un’altra vittima, che fosse carne di altro macello, che fosse merce di scambio di altra povertà. Siamo nella Sicilia degli anni ’40, a due passi dal secondo conflitto mondiale; il Fascismo è all’apice della sua demenza, a un passo dalla sua tragica e cruenta fine, ma rende ancora l’idea del potere, che lo glorifica in tutta la sua aberrazione. L’acquirente di Concetta, con un seno prorompente, una pelle inflaccidita che fa curiosità e sangue tra i suoi futuri clienti e un sorriso disarmante che la proteggerà e la condannerà, è la tenutaria di un bordello di infimo ordine. Il tempo, però – e sono più di ottant’anni -, non sembra essere passato. Non ci sono più i bordelli (purtroppo), vero, e le ragazze costrette a vendere il loro piacere non vengono più trascinate al mercato legate con una catena al collo, ma il commercio della carne è ancora florido, attivo.