
FIRENZE. La linea di demarcazione è sottilissima; al di là, c’è lo studio, la memoria, la provocazione, la lotta per la sopravvivenza, l’arte; al di qua, divisa da una lastra quasi invisibile di metallo che non esclude pericolose altalene emotive e culturali, checazzomenefregasenoncapitenienteperchénonc’ènientedacapire. E siccome abbiamo avuto il dubbio che potessimo appartenere, indistintamente, all’una e all’altra fetta di spettatori, ieri sera, al Teatro Cantiere Florida di Firenze, al termine di Senza, siamo rimasti in silenzio, senza battere nemmeno una volta le mani. Gli altri, tutti gli altri, le mani se le sono spellate, rinforzando il gradimento sonoro con ululati approvatori e non nascondiamo che per alcuni istanti ci siamo sentiti, contemporaneamente, dei gonzi e/o dei lungimiranti. Non abbiamo assistito al prologo esplicativo, né ci siamo messi a leggere il foglio di sala; ci siamo lasciati trasportare da Matteo Pecorini (Mr Bean de noantri) e dal suo incomprensibile, ma chiarissimo, parolare, che è quello ereditato e custodito, nel tempo, lasciatogli in dote da una persona che la vita, prima della società, aveva insindacabilmente relegato ai margini, concedendogli il solo lusso di conservare le proprie emozioni su un magnetofono.