PRATO. Non conosciamo la vita privata di Massimiliano Civica e non sappiamo se nella notte tempestosa e shakespeariana nella quale è ambientata la sua ultima fatica, La stoffa dei sogni, ci siano anche e soprattutto, oltre ai successi che non gli hanno fatto lievitare il conto in banca, le sue incomprensioni, le sue sconfitte, i rapporti mancati, perché dai quali si è voluto e dovuto sottrarre, con mogli e figli. Avremmo potuto chiederglielo, alla fine della rappresentazione, visto e considerato che al Metastasio (che ha prodotto la spettacolo), dopo lo spettacolo, scritto da Armando Pirozzi, si è messo lì, il regista, a farsi infilzare dalle domande del pubblico. Ce ne siamo andati, preferendo evitare qualsiasi interferenza, anche salvifica, probabilmente, soprattutto in vista della recensione e privilegiare, con la presunzione che goffamente ci distingue, la nostra metabolizzazione di spettatori privilegiati, quelli che siedono alle prime file senza pagare mai il biglietto. Abbiamo preferito non sentire le sue spiegazioni perché ci siamo voluti accontentare delle nostre percezioni, che sono, traslate, le nostre, quelle che ci hanno imposto per una vita intera inseguire le nostre chimere. Le sue, quelle di Massimiliano Civica, sono costellate da una vita trascorsa a teatro, in quella sala/parola magica che è inferno e paradiso, gioia e dolore, successi e sconfitte, andate e ritorni, glorificazioni e condanne.